Metodo Doman, cosa non si fa per un figlio. Il racconto di una volontaria

La casa si trasforma in palestra, la giornata è scandita dal cronometro, gli esercizi riempiono le ore. L’obiettivo è raggiungere “l’eccellenza” motoria, cognitiva e fisiologica: “Che vinca, perda o pareggi, ogni famiglia sa di aver fatto il massimo” 

ROMA - La riabilitazione come grande scommessa, che chiama in causa tutta la famiglia rivoluzionandone tempi, spazi, forme e relazioni. La posta in gioco è molto alta: in molti casi si chiama guarigione. O, comunque, massimo "potenziale", dal punto di vista motorio, cognitivo e fisiologico. Ecco cos'è, in estrema sintesi, il metodo "Doman", dal nome del ricercatore - Glenn Doman, appunto - che negli anni Cinquanta lo mise a punto e iniziò a sperimentarlo negli Istituti per il raggiungimento del potenziale umano. Ben più di un metodo: quasi una fede, a cui alcuni aderiscono completamente, altri con prudenza, altri ancora guardano con estremo scetticismo, quando non con aperta ostilità. Ma ciò che più affascina e conquista, in ogni parte del mondo, è la speranza riaccesa prima che la rassegnazione prenda il sopravvento: la disabilità, anche la peggiore, può essere curata. Solo nella famiglia si trovano le risorse e le potenzialità per costruire un percorso di riabilitazione. Così come solo nel cervello si trova la sede della disfunzione e quindi anche la leva per il miglioramento, programmato fin nei minimi dettagli attraverso un piano di lavoro personalizzato, elaborato e verificato periodicamente durante le visite di controllo.
Le aree d'intervento per raggiungere l'eccellenza. Schema crociato, pavimento, lettura precoce e arricchimento dell'ossigeno: sono questi i quattro elementi base della riabilitazione targata Doman, a cui corrispondono i tre fondamentali obiettivi, sintetizzabili in eccellenza fisica, eccellenza intellettuale ed eccellenza fisiologica. Lo schema, o "patterning", consiste nel riprodurre sui bambini "lesi" una successione di movimenti in sequenza, simili a quelli compiuti spontaneamente dai bambini sani, aumentando via via la frequenza. Ci sono poi i movimenti a terra: rotolare, strisciare, gattonare sono parte integrante di questo tipo di riabilitazione; così come l'arricchimento dell'ossigeno, comunemente noto come "mascherine": a intervalli regolari e per una durata prestabilita, vengono effettuate respirazioni profonde con l'ausilio di una mascherina di plastica. Infine l'apprendimento precoce della lettura è l'elemento più significativo della cosiddetta "eccellenza cognitiva" perseguita dal metodo Doman: attraverso la presentazione di cartelli appositamente studiati, vengono mostrati al bambino immagini, caratteri e parole, che presto impara a riconoscere.
Francesco appeso a un gancio: così ho incontrato il metodo Doman. "La prima volta che entrai in casa di Francesco, lo trovai appeso a un gancio, a testa in giù, tutto imbracato, con la mamma che lo faceva roteare velocemente. Rimasi impietrita", racconta Chiara, che da quel giorno, per dieci anni, ha aiutato Francesco una volta a settimana, nei suoi esercizi quotidiani: avvicendandosi con altri 30 volontari che accompagnavano il ragazzo nel suo programma. "Quando finì quell'esercizio, la mamma lo sganciò e lo pose a terra: con un fisico da atleta, iniziò a strisciare sul pavimento, faticando moltissimo. In tutta la casa c'erano sbarre attaccate alle pareti: Francesco le utilizzava per compiere qualche passo incerto. Poi c'erano le mascherine per l'ossigeno, i "rotoloni" per terra e quel cronometro che la mamma teneva costantemente in mano, per misurare il tempo e segnarlo sulla pagina dell'agenda". Col passare del tempo Chiara si rende conto che la famiglia aveva scommesso tutto sul metodo Doman: "Volevano che Francesco si alzasse in piedi, abbandonasse la sedia a ruote e imparasse a camminare, magari solo con le stampelle, ma forse un giorno libero anche da quelle. A Filadelfia avevano detto che era possibile e da quel giorno erano concentrati su quello scopo. La mamma coordinava, istruiva, redarguiva i volontari se commettevano un errore o non rispettavano il programma". Ogni tanto tutta la famiglia partiva per Filadelfia e tornava con qualche modifica alla tabella di marcia, prosegue Chiara: "Francesco si sottoponeva a quell'addestramento senza ribellarsi, eseguendo ogni esercizio con tutto il suo impegno, nello sforzo di dare il meglio. A volte aveva delle crisi di rabbia e io avevo il dubbio che fossero moti di ribellione, piccoli ammutinamenti. Ma chissà se era davvero così. A un certo punto la mamma iniziò a concedere a Francesco sempre più "libere uscite": non so se così fosse stato disposto dall'Istituto, o se fosse lei a leggere un bisogno del figlio. Iniziò a chiederci di portare Francesco in giro per Roma, in autobus, come amava molto, o a prendere un gelato". La sedia a ruote non l'abbandonò mai definitivamente, "ma le ultime volte che l'ho visto riusciva a camminare piuttosto bene con deambulatore o stampelle. Una sera di quattro anni fa andò a letto e non si svegliò più. Quando la mamma mi ha telefonato per dirmelo, ho ripensato a quella casa piena di attrezzi, modellata intorno alle esigenze di Francesco, alla sua fatica e all'ostinazione di quel sogno coltivato per anni. E mi sono chiesta se non sarebbe stato meglio qualche gelato in più e qualche esercizio in meno". L'inchiesta sul metodo Doman è stata pubblicata sul numero 7 di SuperAbile Magazine, il mensile sulla disabilità edito da Inail. (cl) 

Fonte: Superabile.it